Il filosofo francese Deleuze riconduceva la differenza fa la Cina e l’Occidente a quella che corre tra l’antico gioco orientale del go e gli scacchi. Gli scacchi sono un gioco di presa, di cattura: Bianchi e Neri si mangiano i pezzi avversari. L’ultimo ad essere catturato sarà il Re, e allora lo a partita avrà termine. Nel go, invece, si dispongono quietamente, una dopo l’altra, le pietre bianche e nere sulla scacchiera (il «goban»), allo scopo non di catturare e annientare l’avversario, ma di formare territori sempre più ampi, circondando o mettendo fuori uso le forze avversarie. Nella dottrina cinese ufficiale dell’«heping jueqi» - che più o meno vuol dire: emergere rapidamente ma pacificamente - c’è forse qualcosa della strategia di quell’antico gioco. Hu Jintao e i dirigenti cinesi non mancano da anni di rassicurare l’Occidente: nessuna corsa all’egemonia, all’uso della forza, agli armamenti, a una nuova divisione del mondo in blocchi contrapposti; ma nei territori che si scompongono e ricompongono sulla scacchiera del mondo, qualcosa, pacificamente ma rapidamente (e inesorabilmente), va cambiando.
Azione Parallela