Tre cose che mi vengono in mente ogni volta che penso a Yoko Ono: la faccia di Paul McCartney quando i Beatles suonano Get Back in cima al tetto, e lui che dice “Vattene, torna a casa tua”, e nella canzone si rivolge a questo JoJo che non si è mai capito chi sia, però nel video si vede Paul McCartney che guarda Yoko Ono ogni volta che dice “Torna a casa tua”, e insomma, questa è una cosa. La seconda cosa è una battuta di Daniele Luttazzi: “In un mondo giusto, Mark Chapman avrebbe ucciso Yoko Ono” (Mark Chapman è quello che ha sparato a John Lennon, ma spiegare le battute è come mangiare gli spaghetti al telefono). Terza cosa: l’aneddoto del primo incontro tra l’artistoide giappa Yoko e il non-ancora-Baronetto John. C’è John Lennon che va a una mostra di Yoko Ono perché ehi, sono un musicista, mica un cialtrone di Liverpool. Nell’ultima stanza della mostra di Yoko Ono c’è un bigliettino minuscolo appeso a un filo che pende dal soffitto a cinque metri da terra, e di fianco al filo con il bigliettino c’è un altro filo con appesa una lente d’ingrandimento, e sotto al biglietto e alla lente c’è una scala, e allora John Lennon sale la scala - c’è sempre quell’esilarante e incomprensibile sensazione di conquista quando riusciamo ad arrivare in cima a una scala senza ribaltarci - e prende la lente d’ingrandimento e inquadra il bigliettino, e nel bigliettino c’è scritta una parola: YES. Come l’ultima riga dell’Ulisse di Joyce, il giovane John ha una specie di orgasmo e si innamora perdutamente. Questa era la terza. C’è anche una quarta cosa, ed è la puntata dei Simpson in cui Barney diventa una specie di John Lennon e inizia a uscire con una specie di Yoko Ono, e a un certo punto vanno al bar e lei ordina “una prugna immersa nell’acqua di colonia dentro un cappello da uomo”, e Boe gliela serve senza battere il proverbiale ciglio. Ci sarebbe poi una quinta cosa, un mio amico che sosteneva di essere l’unico a pensare che i Beatles sono stati la rovina di Yoko Ono e non viceversa, ma qua ci addentriamo un po’ troppo nello smanettone.
Ieri sera sono stato alla festa di laurea di un mio amico: vestito da metalmeccanico legato a un palo come San Sebastiano pronto a ricevere imbuti su imbuti di benzina, dottore, dottore, dottore del bucodelcù. In quella specie di orgasmo che precede il vomito, il mio amico neo-psicologo si è ritrovato in mezzo alla pista del circolo e dalle casse veniva fuori un remix tamarrissimo dei MGMT e lui, il mio amico neo-psicologo, un po’ bianco e un po’ verde, ha detto: Solo la musica mi tiene in piedi.
Anche Yoko Ono è così: è uscita questa intervista in cui si parla del suo nuovo disco che è pieno di remix dance, e non ci si crede, Yoko Ono tunz tunz, e invece basta mettersi d’accordo sul concetto di danza: Mi è sempre piaciuto ballare, dice Yoko, e credo che un musicista debba sempre tenere in considerazione la voglia di movimento del suo ascoltatore. Movimento mentale, danza concettuale, viaggioni fricchettoni. O anche danza fisica, per l’appunto: se ogni tanto parte una cassa in quattro non è per forza un male, soprattutto se ti sei laureato stamattina e sei un po’ bianco e un po’ verde e solo la musica può tenerti in piedi.
Oggi come oggi, Yoko Ono ha un twitter in cui snocciola cagatine haiku francamente imbarazzanti (“Il mondo non ha un ordine lineare, non c’è logica e non c’è illogica. C’è solo un ordine speciale, l’ordine dell’equilibrio o del disequilibrio), si fa remixare dai nuovi Baronetti del tunz tunz (ne conoscessi uno) e poi mette le sue fotografie-con-le-scritte sui taxi di New York, e i taxi di New York vanno in giro a portare i suoi messaggi di peace, love and unity. “Sul taxi il messaggio è sempre in movimento. E’ un po’ come la danza”. Giuro, ha detto anche questo. Il messaggio in movimento, la danza della mente: i taxi. Boh.
Il mio amico neo-psicologo quando dice le verità degli ubriachi ha quantomeno la decenza di andare a vomitare, dopo. Yoko, no.