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non fatti, ma artefatti

«non lo appunto per ricordarlo dopo, lo appunto per ricordarlo ora». Discarica di se non la realtà.

14
Jan

[non più] improvvisi per macchina da scrivere

 

da qui

«Poco più di centocinquanta anni è durata la macchina per scrivere. Da quando un novarese, Giuseppe Ravizza, l’aveva pensata e realizzata per aiutare la scrittura dei non vedenti. Adesso la sua invenzione, contestata da un altro creatore americano, si è estinta. L’ultima fabbrica, localizzata in India, chiude: non ci sono più ordini».

[…]

«Il computer al contrario è leggero e silenzioso. Il foglio di carta immaginario che si apre davanti allo scrivente è pressoché infinito, senza inizio senza fine. La prosa scritta a mano è senza dubbio differente da quella ottenuta a macchina, e questa, a sua volta, diversa da quella elaborata con il personal. La prima avanza al ritmo del polso e delle dita, che descrivono sul foglio cerchi e linee arcuate, seguendo il mondo delle cicloidi, proprio della scrittura occidentale: pensieri sinuosi, arzigogolati, svolazzanti. La scrittura meccanica, impressa dai muscoli delle braccia sui tasti, si produce invece a scatti, dura e pura come il suo ritmo: lettera dopo lettera, parola dopo parola, la frase si compone tra assemblaggi forzati e spaziature necessarie. La scrittura con il computer, al contrario, appare decisamente magica: pura apparizione di lettere.

L’immaterialità della videoscrittura è tuttavia a metà strada tra le due. Possiede due nature in una sola: appare dal fondo bianco senza sforzo, ma è pur sempre composta di “caratteri”. Per questo i pensieri somigliano a lampi nel buio, meglio nel bianco del foglio virtuale. Si vola, senza fatica e senza resistenza, per pagine e pagine.

Se le vecchie macchine per scrivere hanno salvato gli uomini e le donne dall’incombente mondo delle turbe grafiche (tremolio, atarassia, pause, corea), evitandoci l’esperienza dell’agitazione e del turbamento in agguato nella scrittura a mano, che non a caso i grafologi erano in grado di leggere come un fondo oscuro, sfiorando i tasti del personal computer, touch, ora sembriamo privi di spessore. Come le lettere che raduniamo sul visore, noi scriventi siamo puri effetti di superficie. È probabile che con le macchina per scrivere si estingua ciò che è profondo: l’inconscio.

Dopo il personal ci attende la telepatia: puro pensiero senza più mediazioni materiche. Scrivere e pensare coincideranno. La profondità sarà inabissata nella superficie, e la mente simile a un foglio. Noi stessi solo un foglio che si distende nel tempo e nello spazio. Seppur a termine.

[…] Nella stesura dei suoi ultimi romanzi Henry James è stato influenzato da questo strumento meccanico; la sua dattilografa non stenografava più, come accadeva ad esempio a Dostoevskij, ma batteva direttamente a macchina le sue parole. James era così affezionato al suono della macchina da scrivere che sul letto di morte ordinò che ci si mettesse a lavorare sulla Remington proprio accanto al capezzale.

McLuhan si domanda se il fatto che con la macchina era impossibile allineare a destra, non avesse influito sullo sviluppo del “verso libero”. E fa i nomi di Cummings, ma soprattutto di Pound ed Eliot che si servirono della macchina da scrivere con una grande varietà d’effetti: strumento orale, scrive McLuhan, e “mimetico, che permette libertà di eloquio nel mondo del Jazz e delragtime”.

Di sicuro la macchina da scrivere favoriva la riscoperta dello stress del parlato, drammatico in poesia, mentre ottimo per la prosa, che ha nella macchina da scrivere il suo sviluppo. A Londra, di recente sono stati pubblicati in copia anastatica i suggestivi dattiloscritti delle poesie di Eliot corretti a mano da Pound.

Viene in mente, a proposito, la presenza di questo movimento di improvvisazione a tastiera, le pagine del Lunario del paradiso di Gianni Celati, pubblicato nel 1978, prima della comparsa dei computer, in cui la scrittura è sicuramente a macchina, come annota la voce narrante, e perciò possiede un andamento fortemente jazzistico.

Scrive il massmediologo canadese riguardo ai narratori e poeti del XX secolo: “Seduto davanti ad essa, il poeta improvvisa come un musicista jazz, vive l’esperienza dell’esecuzione quale composizione. Nel mondo non alfabeta si sarebbe trovato nella stessa situazione il bardo o il menestrello, il quale aveva molti temi ma non il testo”. Con la macchina da scrivere si può gridare, sussurrare o fischiare e si può rivolgere ai propri lettori buffe smorfie tipografiche.

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